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Smart working 2.0, da argine anti-Covid a strumento di flessibilità e riduzione dei costi
Nuovo rinvio. Il Governo sta studiando di prorogare per altri tre mesi il diritto dei dipendenti a svolgere la prestazione in modalità agile se fragili o genitori di figli sotto i 14 anni di età La misura potrebbe essere inserita nel decreto «Milleproroghe» atteso per la fine dell’anno
Che sia per ridurre la diffusione del Covid o piuttosto per aiutare le aziende a contenere la bolletta energetica, poco cambia: lo smart working va verso l’ennesima proroga, confermandosi come lo strumento più adatto al sostegno (nei momenti di emergenza) e allo sviluppo (dato il suo tratto ormai strutturale) del mercato del lavoro.
Un nuovo intervento è infatti allo studio dell’Esecutivo, che potrebbe così prolungare il diritto al lavoro agile per i lavoratori fragili (dipendenti pubblici e privati in condizione di immunodepressione, pazienti oncologici, con terapie salvavita in corso, o disabili gravi) e per i genitori di figli sotto i 14 anni, purché le loro mansioni non siano incompatibili con lo svolgimento del lavoro da remoto, di qualche mese. Arrivano dai partiti richieste di proroga fino al 31 marzo 2023, ma anche a fine anno prossimo. Il 31 dicembre 2022 scade infatti l’ultima proroga stabilita dal decreto Aiuti bis (Dl 115/2022, articolo 23-bis) per queste due categorie. Il nuovo rinvio sarà proposto dalla ministra del Lavoro Marina Calderone in uno dei prossimi Consigli dei ministri (si veda Il Sole 24 Ore del 5 dicembre) e sarà probabilmente inserita nel decreto «Milleproroghe» di fine anno.
È in fase di valutazione con il dipartimento della Funzione pubblica un eventuale raccordo con la disciplina che regola il lavoro agile per i dipendenti della Pa.
Strumento di risparmio
«La mia impressione – spiega l’avvocato Davide Boffi, head della practice europea di Employment and Labour dello studio Dentons – è che stia prevalendo la consapevolezza che lo smart working può davvero rivelarsi per le aziende uno strumento di riduzione dei costi. In questa fase, poter contare sulla possibilità di chiudere alcuni spazi per alcuni giorni alla settimana, rappresenta una soluzione immediata per fronteggiare l’incremento dei costi di riscaldamento».
Nel suo report annuale dell’Osservatorio sullo smart working – l’ultimo è stato pubblicato a ottobre – il Politecnico di Milano ha calcolato il risparmio che lo smart working porta in dote a un’azienda: «Consentire – si legge – ai dipendenti di svolgere le proprie attività lavorative fuori della sede per due giorni a settimana permette di ottimizzare l’uso degli spazi, isolando aree inutilizzate e riducendo i consumi, con un risparmio potenziale di circa 500 euro all’anno per ciascuna postazione. Se a questo si associa la decisione di ridurre gli spazi della sede del 30%, il risparmio può aumentare fino a 2.500 euro all’anno per lavoratore». Un calcolo, questo, stimato prima dell’attuale crisi energetica, motivo che lascia presumere un impatto ancora maggiore alla fine di questo inverno.
«Possiamo dire – prosegue l’avvocato Davide Boffi – che siamo entrati nella fase due dello smart working. Nella precedente, l’Italia grazie alla legge 81/2017 è stata più pronta di altri Paesi europei a gestire la crisi pandemica usando il lavoro agile. Le nostre aziende hanno avuto un’adeguata strumentazione giuridica alla quale ricorrere subito in quel momento. Ora siamo entrati nella seconda fase, nella quale lo smart working si presenta come una leva di retention e di risparmio, appunto».
Gli accordi aziendali
Un aspetto, quest’ultimo, che comincia a emergere anche nella stesura degli accordi aziendali. Apripista in questo senso è stato l’accordo siglato il 2 novembre da Generali (Assicurazioni) che ha introdotto l’«obbligatorietà» di lavorare il venerdì da remoto, proprio per fronteggiare l’incremento dei costi energetici.
Strada seguita subito dopo da Tim (Telecomunicazioni) che, al punto 12.2 del testo siglato con i sindacati, il 22 novembre scrive: «Al fine di massimizzare gli effetti in termini di sostenibilità ambientale e responsabilità sociale e in coerenza con le indicazioni governative e comunitarie, per entrambi i modelli sarà disposta, in via sperimentale, la chiusura delle sedi nelle giornate di venerdì, sabato e domenica e dalle ore 20.30 alle ore 7 del giorno successivo (dal lunedì al venerdì). Durante tali giornate e fasce orarie, coloro che non hanno aderito al lavoro agile svolgeranno la prestazione presso sedi hub del comune di appartenenza».
Insomma, l’applicazione del lavoro agile e la conseguente attività negoziale stanno rendendo i modelli organizzativi sempre più vari e a misura tanto delle aziende quanto delle esigenze dei lavoratori. I dati del Politecnico di Milano dicono che il numero medio di giornate in smart working si attesta a 9,5 giorni (nel 91% delle grandi imprese italiane, erano l’81% nel 2021). «Io direi – spiega Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio smart working – che stiamo raggiungendo un equilibrato bilanciamento tra il miglioramento delle condizioni di lavoro e l’esigenza di mantenere il necessario livello di socializzazione sul lavoro. La formula più diffusa infatti è quella di due o tre giorni alla settimana a casa e il resto in ufficio».
Va in questa direzione, per esempio, il modello scelto dal Gruppo OTB (Moda) che prevede la possibilità di usufruire di due giorni lavorativi alla settimana in modalità smart working. L’obiettivo è quello di permettere alle persone che lavorano per il polo fondato da Renzo Rosso di conciliare al meglio le esigenze personali con quelle professionali. L’accordo individuale fra lavoratore e azienda è volontario e coinvolge tutti i dipendenti le cui mansioni sono compatibili con questa modalità lavorativa.
Di fatto, la pratica ha introdotto un concetto considerato chiave in passato dagli Hr e mai decollato veramente: la valutazione della performance sugli obiettivi piuttosto che sulla presenza in ufficio. «Il presenzialismo comincia a contare meno», prosegue Crespi. Certo, resta la frattura con le Pmi, nelle quali si registra quasi una tendenza opposta: lo smart working è passato dal 53% al 48% delle realtà, in media per circa 4,5 giorni al mese. A frenare queste realtà è sicuramente la cultura organizzativa, che privilegia il controllo della presenza e percepisce il lavoro da remoto come una soluzione di emergenza, ma anche il fatto che «avendo meno lavoratori è più difficile per le piccole imprese – dice Crespi– coniugare l’esigenza di garantire un presidio in azienda con il lavoro da remoto».
L’analisi dei contratti permette di tracciare una istantanea della variabilità dei modelli. «La scelta standard – spiega Diletta Porcheddu, ricercatrice della Fondazione Adapt – è la programmazione settimanale. Un esempio sono le intese di Linde (Gas tecnici) e di 2iReteGas (Energia). Nel primo caso c’è una sovrapposizione totale tra l’orario di lavoro di chi è a casa e quello di chi è in ufficio. Nel secondo caso c’è una flessibilità di due ore all’ingresso, che però non incide particolarmente sull’organizzazione generale. Poi abbiamo intese che costituiscono abbastanza un unicum, come l’accordo del gruppo Zurich Italia (Assicurazioni). In questo caso, la quota di lavoro agile è pari al 60% ed è pianificata su base annuale». Questo vuol dire che ci possono essere addirittura dei mesi in cui un dipendente lavora totalmente da remoto. Massima flessibilità, dunque, anche se «l’intesa– spiega ancora Porcheddu – introduce una sorta di limitazione: chiarisce infatti che, per consentire la corretta pianificazione delle attività aziendali, ciascun responsabile e/o la direzione Hr può definire le giornate in presenza presso la sede di lavoro, fino a un massimo del 50% delle giornate di presenza complessive annue, mentre la restante percentuale di lavoro in sede viene gestita dal lavoratore». Sullo stesso filone – prosegue Porcheddu – l’accordo di Spintox (Consulenza e servizi Ict): qui la percentuale di lavoro agile sale addirittura all’80%, sempre con programmazione annuale. E addirittura è previsto il full remote work non solo per alcune categorie specifiche di lavoratori vulnerabili, cosa che fissano tutti i contratti, ma nel caso di progetti specifici decisi dall’azienda».
Un’altra possibilità è quella scelta da Fastweb. Il gruppo delle Tlc ha infatti siglato una intesa che prevede, in fase sperimentale dalla data del 1° ottobre 2022 fino al 30 settembre 2023, per i lavoratori la pianificazione dell’attività lavorativa in smart working su base trimestrale, con la possibilità di svolgere da due a tre giornate da remoto e da una a tre giornate in sede. «I dipendenti potranno scegliere i giorni in cui recarsi in ufficio, in accordo con il proprio responsabile secondo le effettive esigenze aziendali, nell’ottica di una maggiore valorizzazione dei momenti di presenza in sede», spiega l’accordo.
La comunicazione al ministero
L’attivazione in modalità unilaterale dello smart working, senza gli accordi individuali, nelle aziende private, è stata prorogata dal Dl 115/2022 (articolo 25-bis) fino al 31 dicembre di quest’anno. Dal 1° gennaio 2023, le aziende dovranno adottare la nuova procedura di comunicazione degli accordi individuali al ministero del Lavoro. Dal 15 dicembre 2022 – fa sapere il ministero – sarà disponibile una modalità alternativa per l’inoltro massivo delle comunicazioni di lavoro agile, tramite un applicativo informatico, che consentirà, con un file Excel, di assolvere agli obblighi in modo più semplice e veloce.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Ex Ilva, altra fumata nera dall’assemblea dei soci sulla ricapitalizzazione
Sale a 600 milioni di euro la bolletta energetica con Eni fra i creditori
Ancora nulla di fatto nella trattativa su Acciaierie d’Italia, ex Ilva, tra ArcelorMittal (socio privato di maggioranza) e Invitalia (socio privato di minoranza). Nell’assemblea di ieri, le parti hanno deciso per un aggiornamento al 16 dicembre. Il Governo, come ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, è disponibile a ricapitalizzare l’azienda sino ad un miliardo utilizzando le risorse del dl Aiuti Bis. L’Esecutivo vuole intervenire in anticipo rispetto a maggio 2024, data concordata tra le parti lo scorso maggio a seguito del rinvio del closing dell’operazione che nel 2021 ha portato Invitalia nell’ex Ilva. Ma chiede che anche Mittal faccia la sua parte e ricapitalizzi l’azienda. Sistemato quest’aspetto, si affronterebbe il nodo della governance, che per Urso va riequilibrata considerato che lo Stato nell’azienda al momento non c’è. Spingere Mittal a mettere risorse si sta però rivelando più complicato del previsto. Il socio privato sostiene di essere già intervenuto nel tempo per l’ex Ilva mentre lo Stato ha fatto mancare l’apporto promesso.
Che l’assemblea di ieri potesse essere nuovamente interlocutoria, anche se proseguono le trattative tra le parti, era già emerso dopo la seduta del 6 dicembre, penultima convocazione. Evidentemente non si è ancora nella fase decisiva del negoziato. Già in altre occasioni le trattative con Mittal si sono rivelate molto complesse. Prima di arrivare all’accordo di settembre 2018, quello che dal novembre successivo portò la multinazionale a subentrare a Ilva in amministrazione straordinaria, ci volle quasi un anno di incontri, rammentano i sindacati. E quando Mittal a novembre 2019 avviò la rescissione del contratto dopo la soppressione dello scudo penale da parte del Parlamento, il negoziato per chiudere il contenzioso è durato sino ai primi di marzo 2020. Così come la scorsa primavera ci sono volute settimane prima di accordarsi sullo slittamento a maggio 2024.
Di assemblea in assemblea, va intanto delusa a Taranto l’aspettativa di una svolta da parte di sindacati e imprese. La fabbrica continua a vivere giorni molto difficili. La bolletta energetica, che annovera creditori importanti come Eni, è nel frattempo salita a 600 milioni secondo le ultime valutazioni. In più c’é tutto il tema della produzione, schiacciata verso il basso, con un 2022 che si chiuderà con circa 3 milioni di tonnellate. Da luglio è fermo l’altoforno 2 e la marcia dei due restanti altoforni, l’1 e il 4, viene spesso alternata. Le due acciaierie sono in funzione ma entrambe vanno con un solo convertitore e quindi a passo ridotto. Resta infine in forte affanno l’indotto, tra sospensione degli ordini (mai revocata dall’ex Ilva nonostante l’invito di Urso) e mancati pagamenti del committente. Nelle ultime settimane non c’è stato giorno che ai sindacati non siano arrivate richieste di cassa integrazione ordinaria da parte delle imprese per tutta la forza lavoro. Sinora si calcolano almeno una trentina di richieste di cassa. A questo si aggiunge la preoccupazione per gli stipendi di novembre e le tredicesime ormai imminenti. Già con le retribuzioni di ottobre in pagamento a novembre, molte aziende hanno dato solo acconti. Cosa che si potrebbe ripetere adesso. Ed è fondato il rischio che la tredicesima venga fatta slittare.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Oscillazione Rottame e Leganti – pubblicato l’aggiornamento di Novembre 2022
Abbiamo aggiornato il file Oscillazione rottame e leganti a Novembre 2022. Potete scaricarlo cliccando sull’immagine qui sotto.
Oscillazione Rottame e Leganti – pubblicato l’aggiornamento di Ottobre 2022
Abbiamo aggiornato il file Oscillazione rottame e leganti a Ottobre 2022. Potete scaricarlo cliccando sull’immagine qui sotto.
Merci, corsia ultra veloce tra Gioia Tauro e Bologna
Merci, corsia ultra veloce tra Gioia Tauro e Bologna
Un fast corridor ferroviario collegherà il porto marittimo con l’interporto emiliano
Promotore è la Medlog Italia (Msc) assieme a Medway Italia e Ferrotramvia
Nasce un fast corridor (corridoio veloce) ferroviario tra il porto marittimo di Gioia Tauro, in Calabria e l’interporto di Bologna. Ne dà notizia l’Agenzia delle Accise, Dogane e Monopoli (Adm). Nell’operazione risultano coinvolti operatori di primo piano. Il gestore del viaggio è la società Medlog Italia, di proprietà del gruppo Msc di Gianluigi Aponte, tra i leader mondiali nel trasporto marittimo di container. Medlog Italia si avvale di due imprese ferroviarie: Medway Italia, cioè la compagnia ferroviaria del gruppo Msc e Ferrotramvia. La tratta ferroviaria parte dal nodo logistico portuale gestito dalla società Medcenter container terminal (sempre del gruppo Msc) e termina presso il nodo logistico di destinazione della società Terminali Italia (Gruppo Fs). Il corridoio è lungo oltre mille chilometri.
Fast corridor: Italia apripista
Grazie all’utilizzo dei fast corridor è possibile trasferire la merce di origine extra Ue ed espletare le procedure doganali di importazione presso un nodo logistico di destino (in questo caso Bologna) differente dal porto di entrata della merce (in questo caso Gioia Tauro). La procedura permette di evitare eventuali colli di bottiglia legati alla congestione delle banchine portuali, spostando l’ufficio presso il quale avviene il disbrigo delle operazioni doganali. In definitiva, i fast corridor migliorano l’efficienza e la rapidità del processo logistico, facilitando le operazioni doganali e velocizzando il trasferimento della merce verso la destinazione finale.
Maurizio De Rosa, national project manager dei fast corridor in servizio presso la direzione organizzazione e digital tranformation dell’Agenzia delle Dogane, riassume al Sole 24 Ore i punti salienti della procedura: «L’Italia è stata apripista tra i paesi dell’Unione europea nella creazione dei fast corridor, attivati sin dal 2015. Ad oggi, nessun altro Paese della Ue riproduce un modello così efficiente e performante. Adm ha investito importanti risorse per digitalizzare le proprie procedure ed è sempre in prima linea nelle attività pilota della Ue. I fast corridor possono essere stradali, ferroviari o multimodali, e prevedono la tracciabilità della merce in movimento attraverso il rilevamento della posizione dei vettori, grazie alle piattaforme di monitoraggio. Tutte le eventuali anomalie riscontrate durante il percorso generano degli alert, che sono inviati ai soggetti preposti al controllo. È dunque sempre possibile – aggiunge De Rosa – verificare in tempo reale il punto esatto in cui si trova la merce, conoscere in anticipo il suo arrivo e organizzare le operazioni logistiche connesse».
Commenta Federico Pittaluga, amministratore delegato di Medlog Italia/Medway Italia: «Senza il contributo decisivo dell’Agenzia delle dogane non sarebbe stato possibile realizzare un’iniziativa così strategica. Oggi, su Gioia Tauro, incide un network ferroviario radiale da/per Nola, Bari, Bologna e Padova. Entro fine anno prevediamo di effettuare 600 treni da Gioia Tauro, movimentando complessivamente via ferro circa 26mila teu. L’obiettivo del 2023 è salire a circa mille treni, ampliando così il ruolo dello scalo calabrese da piattaforma di transhipment a porto di arrivo e partenza caratterizzato da potenzialità di sviluppo logistico molto importanti».
Una spinta all’intermodalità
I fast corridor rappresentano il fiore all’occhiello dell’Agenzia delle dogane, perché garantiscono piena interoperabilità degli attori coinvolti nella catena di approvvigionamento delle merci. Il fast corridor consente di prolungare virtualmente la banchina del porto a migliaia di chilometri di distanza. I vantaggi sono inestimabili: il processo è interamente digitale; nessuna procedura è cartacea; tutti i servizi informatici sono forniti da Adm e sono integrabili con quelli aziendali. Osserva De Rosa: «Nel caso di Gioia Tauro, siamo in presenza di un accordo particolarmente rilevante, perché è il primo fast corridor che interessa un porto del Mezzogiorno e il più lungo finora mai attivato».
L’accordo Gioia Tauro-Bologna esalta il concetto di intermodalità perseguito dal governo, cioè promuovere il trasporto della merce con modalità più sostenibili (in questo caso: nave+treno). Dice Pittaluga: «Grazie a questa nuova importante tratta, che rafforza ulteriormente la leadership del porto di Gioia Tauro a livello italiano e Mediterraneo, permetteremo alla merce di arrivare a destinazione in modo rapido e controllato, rendendo sempre più competitivo il trasporto intermodale». L’accordo potenzia anche l’attenzione su una delle attività fondamentali dell’Agenzia: il contrasto all’illecito, che può contare su sistemi sempre più evoluti e traccianti.
A oggi, sul territorio nazionale sono attivi 22 fast corridor, 15 ferroviari e 7 su strada, coprono una rete di oltre 5mila chilometri e movimentano circa 20mila container all’anno, con previsione di forte espansione. I fast corridor ferroviari coinvolgono i porti di Genova, La Spezia e Ravenna con i terminal interni di Rivalta Scrivia, Melzo, Padova, Rubiera, Marzaglia e Bologna. Ora si aggiunge Gioia Tauro.
Fonte: Il Sole 24 Ore






